Aprire un e-commerce: partita IVA, forfettario, INPS e codice ATECO

  • 5 min di lettura
Indice
  1. Quando si cerca «aprire partita IVA» per un e-commerce
  2. Quali passaggi servono per aprire un negozio online?
  3. Si può vendere online senza partita IVA?
  4. Regime forfettario per l'e-commerce: soglie e aliquote
  5. Quanto si paga di INPS come commerciante?
  6. Quanto costa aprire un e-commerce il primo anno?
  7. Quale codice ATECO per l'e-commerce?
  8. Quando ordini e fatture diventano troppi per il foglio Excel
  9. Domande frequenti
  10. Fonti

Per aprire un e-commerce in Italia come ditta individuale ti servono quattro passaggi: partita IVA con un codice ATECO del commercio al dettaglio, iscrizione al Registro delle imprese, iscrizione alla Gestione commercianti dell'INPS e una SCIA al SUAP del Comune per la vendita a distanza. Con ricavi fino a 85.000 € l'anno puoi scegliere il regime forfettario: imposta del 15%, o del 5% per i primi cinque anni di una nuova attività.

La parte che sorprende di più non sono le tasse ma il contributo INPS: si paga su un reddito minimo anche quando il negozio guadagna poco. E dal 2025 il vecchio codice ATECO 47.91.10 «commercio via internet» non esiste più con quel significato. Qui sotto trovi i passaggi in ordine, il calcolo del primo anno su numeri di fantasia e la regola per scegliere il codice ATECO.

Quando si cerca «aprire partita IVA» per un e-commerce

Di solito il negozio esiste già in prova: qualche vendita su un marketplace o tra amici, un sito appena montato, il primo fornitore che chiede i dati per la fattura. A quel punto arrivano le domande: «posso vendere online senza partita IVA?», «quanto costa aprire un e-commerce?», «quale codice ATECO devo mettere?», «quanto pago di INPS se guadagno poco?».

La domanda da farsi prima è un'altra: vendi con continuità o una tantum? Se compri per rivendere e vendi in modo regolare, sei un'impresa, e la partita IVA non è una scelta. Tutto il resto, regime fiscale compreso, viene dopo.

Quali passaggi servono per aprire un negozio online?

Quattro adempimenti, e i primi tre partono con un'unica pratica telematica, la Comunicazione Unica (ComUnica) al Registro delle imprese, che li inoltra anche all'Agenzia delle Entrate e all'INPS.

  1. Partita IVA. Si apre all'Agenzia delle Entrate entro 30 giorni dall'inizio dell'attività. Nella domanda indichi il codice ATECO e, se ne hai i requisiti, il regime forfettario.
  2. Registro delle imprese. Chi vende al dettaglio è un'impresa commerciale e si iscrive alla Camera di Commercio della sua provincia; da quel momento paga anche il diritto annuale camerale.
  3. INPS, Gestione commercianti. Il titolare di un'impresa commerciale che lavora nell'attività in modo abituale e prevalente si iscrive alla Gestione esercenti attività commerciali.
  4. SCIA al SUAP. La vendita al dettaglio per corrispondenza, televisione o altri sistemi di comunicazione, quindi anche via internet, richiede una segnalazione certificata di inizio attività allo Sportello unico per le attività produttive del Comune (art. 68 D.Lgs. 59/2010).
Percorso per aprire un e-commerce: partita IVA, ComUnica, INPS commercianti, SCIA al SUAP, primo ordine

Se vendi prodotti alimentari o altre merci con regole proprie, servono requisiti in più: la SCIA chiede di indicare il settore merceologico. Per i soli prodotti non alimentari bastano i requisiti morali dell'art. 71 D.Lgs. 59/2010.

Si può vendere online senza partita IVA?

Sì, ma solo se la vendita è occasionale. L'IVA e la partita IVA riguardano chi esercita un'attività commerciale «per professione abituale, ancorché non esclusiva» (art. 4 DPR 633/1972). Se vendi una tantum, il guadagno è un reddito diverso da dichiarare (art. 67, comma 1, lettera i del TUIR); se vendi oggetti tuoi usati senza averli comprati per rivenderli, non è un'attività commerciale.

Non esiste una soglia in euro sotto cui la vendita diventa automaticamente occasionale. I 5.000 € che girano in rete riguardano i contributi sul lavoro autonomo occasionale, non il commercio. Contano i fatti: acquisti per rivendere, un sito o un negozio sempre aperto, vendite ripetute nel tempo.

  • Marketplace e DAC7. Le piattaforme comunicano all'Agenzia delle Entrate i dati dei venditori. Sono esclusi solo quelli con meno di 30 vendite e non più di 2.000 € incassati nell'anno.
  • Negozio con dominio proprio. Un sito di vendita con catalogo e checkout è difficile da presentare come occasionale: è organizzato per vendere in modo continuativo.

Regime forfettario per l'e-commerce: soglie e aliquote

Il forfettario conviene a chi parte: entri se l'anno prima i ricavi non hanno superato 85.000 €, paghi un'imposta sostitutiva unica e non applichi l'IVA alle vendite. Le regole sono nella legge 190/2014, art. 1, commi 54–89.

Regime forfettario: i numeri che contano per un negozio online
RegolaValoreCosa significa
Limite di ricavi per entrare85.000 €Ricavi dell'anno precedente, ragguagliati ad anno
Uscita immediata100.000 €Superata la soglia, esci dal regime già nell'anno e applichi l'IVA dalle vendite che la superano
Imposta sostitutiva15 %Al posto di IRPEF, addizionali e IRAP
Imposta per le nuove attività5 %Anno di inizio e quattro successivi, se nei tre anni prima non hai fatto attività d'impresa o di lavoro autonomo e non prosegui un'attività già svolta
Coefficiente di redditività del commercio al dettaglio40 %Il reddito tassabile è il 40% dei ricavi, a prescindere dai costi reali
Forfettario: si entra fino a 85.000 € di ricavi, si esce subito oltre 100.000 €; imposta 15% o 5% nei primi 5 anni

Il coefficiente al 40% è il punto da controllare prima di scegliere. Nel forfettario i costi veri non si deducono: se il tuo margine lordo è basso e le spese per pubblicità e spedizioni sono alte, il 40% dei ricavi può essere più del tuo guadagno reale. In quel caso fai fare al commercialista il confronto con il regime ordinario.

Anche nel forfettario le fatture sono elettroniche e passano dallo SdI; sulle fatture senza IVA oltre 77,47 € c'è il bollo da 2 €. Come funziona lo trovi nella guida alla fattura elettronica per l'e-commerce.

Quanto si paga di INPS come commerciante?

Nel 2026 il contributo minimo per un commerciante è di 4.611,64 € l'anno, dovuto anche se il reddito è più basso o nullo. È calcolato su un reddito minimale di 18.808 €; sopra quella cifra paghi il 24,48% del reddito d'impresa fino a 56.224 €, e il 25,48% oltre. I dati sono della circolare INPS n. 14 del 9 febbraio 2026.

  • Rate del minimo. Quattro rate: 18 maggio, 20 agosto e 16 novembre 2026, 16 febbraio 2027.
  • Riduzione del 35% per i forfettari. È facoltativa e va chiesta all'INPS. Chi apre nel 2026 deve comunicare l'adesione il prima possibile. Paghi meno, ma maturi anche meno pensione.

Quanto costa aprire un e-commerce il primo anno?

Aprire la partita IVA all'Agenzia delle Entrate è gratuito; i costi veri sono tre: le spese della pratica in Camera di Commercio e il diritto annuale (gli importi li pubblica la tua Camera), il contributo minimo INPS e l'imposta sul reddito. A questi si aggiungono il commercialista, la piattaforma del negozio e i pagamenti online, che dipendono da chi scegli: per questo non esiste una cifra unica valida per tutti.

Esempio con numeri di fantasia, semplificato. Un negozio in forfettario, nuova attività con imposta al 5%, nel primo anno incassa 40.000 € di ricavi. Non chiede la riduzione INPS del 35% e paga i contributi nello stesso anno.

Tasse e contributi del primo anno: esempio su 40.000 € di ricavi
PassaggioCalcoloImporto
Reddito forfettario40.000 € × 40%16.000,00 €
Contributi INPSReddito sotto il minimale: si paga il minimo4.611,64 €
Reddito imponibile16.000 € − 4.611,64 € di contributi versati11.388,36 €
Imposta sostitutiva al 5%11.388,36 € × 5%569,42 €
Stessa imposta al 15%11.388,36 € × 15%1.708,25 €
Totale tasse e contributi al 5%4.611,64 € + 569,42 €5.181,06 €
Calcolo: ricavi 40.000 €, reddito 16.000 €, meno INPS 4.611,64 €, imponibile 11.388,36 €, imposta 5% 569,42 €

Il conto mostra la cosa più importante per chi parte: con ricavi piccoli pesa l'INPS, non l'imposta. Nella realtà acconti e saldi slittano tra un anno e l'altro, quindi la cassa del primo anno è diversa: tienine conto quando fissi i prezzi. Se vendi con IVA, scorporo e aggiunta li fai con il calcolatore IVA.

Quale codice ATECO per l'e-commerce?

Dal 1° aprile 2025 si usa la classificazione ATECO 2025, e il codice si sceglie in base a cosa vendi, non al canale: un negozio online di abbigliamento per adulti usa 47.71.10, uno di giocattoli 47.64.00, una libreria online 47.61.00. Chi vende di tutto senza una prevalenza usa un codice del gruppo 47.12, per esempio 47.12.90 «commercio al dettaglio non specializzato di altri prodotti n.c.a.».

Attenzione al codice 47.91.10. In ATECO 2007 era «commercio al dettaglio di qualsiasi tipo di prodotto effettuato via internet». In ATECO 2025 lo stesso numero indica l'intermediazione per il commercio al dettaglio non specializzato di articoli di seconda mano, cioè un'altra attività. Nella tavola di raccordo ISTAT il vecchio 47.91.10 corrisponde a 96 codici diversi della nuova classificazione.

Il vecchio 47.91.10 di ATECO 2007 si divide per prodotto: 47.71.10 abbigliamento, 47.64.00 giochi, 47.61.00 libri, 47.12.90
Codice ATECO 2025 in base a cosa vende il negozio online
Cosa vendi onlineCodice ATECO 2025
Abbigliamento per adulti47.71.10
Abbigliamento per neonati e bambini47.71.20
Calzature per adulti47.72.11
Giochi e giocattoli47.64.00
Libri47.61.00
Prodotti vari, prevalenza abbigliamento e calzature47.12.50
Prodotti vari, prevalenza cosmetici, cancelleria e giochi47.12.40
Prodotti vari senza prevalenza47.12.90

Se hai aperto la partita IVA prima di aprile 2025 con il vecchio 47.91.10, controlla quale codice ti è stato attribuito nel passaggio alla nuova classificazione e, se non descrive quello che vendi, correggilo con una variazione. Il codice serve anche per il coefficiente del forfettario: il commercio al dettaglio resta al 40%.

Quando ordini e fatture diventano troppi per il foglio Excel

All'inizio un foglio di calcolo basta. Il problema arriva con i primi fornitori e le prime fatture: prezzi da aggiornare, giacenze che non tornano, fatture elettroniche da emettere ordine per ordine. In Elbuz catalogo, ordini e magazzino stanno in un solo programma; la fattura elettronica nasce dall'ordine e parte verso lo SdI dalla tua PEC, con il bollo da 2 € aggiunto quando serve. Come arrivano e si gestiscono gli ordini lo vedi in gestione ordini.

Per chi è troppo: se fai poche vendite al mese con un solo canale, ti bastano il pannello della piattaforma e il servizio gratuito «Fatture e Corrispettivi» dell'Agenzia delle Entrate.

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Domande frequenti

Si può vendere online senza partita IVA?

Solo se vendi in modo occasionale o vendi oggetti tuoi usati. Se compri per rivendere e vendi con regolarità, è attività commerciale abituale e serve la partita IVA, a prescindere dall'importo.

Quanto costa aprire una partita IVA per un e-commerce?

All'Agenzia delle Entrate è gratuita. Costano la pratica e il diritto annuale della Camera di Commercio, il contributo minimo INPS (4.611,64 € nel 2026 per i commercianti) e, se lo usi, il commercialista.

Qual è il codice ATECO per la vendita online?

In ATECO 2025 non c'è un codice unico per la vendita online: scegli il codice del gruppo 47 che corrisponde ai prodotti che vendi, oppure un codice del gruppo 47.12 se vendi di tutto senza prevalenza.

Il codice ATECO 47.91.10 si può ancora usare?

Non per un negozio online. In ATECO 2025 il 47.91.10 indica l'intermediazione nella vendita al dettaglio di articoli di seconda mano, non più il commercio via internet.

Che regime fiscale scegliere per un e-commerce?

Dipende da ricavi e margini. Il forfettario è possibile fino a 85.000 € di ricavi e tassa il 40% dei ricavi; se i tuoi costi reali superano il 60% dei ricavi, il regime ordinario può convenire.

Serve la SCIA per vendere online?

Sì, per la vendita al dettaglio via internet si presenta una SCIA al SUAP del Comune, di solito insieme alla pratica ComUnica.

Fonti

  • Legge 23 dicembre 2014, n. 190, art. 1, commi 54–89 (regime forfettario: limite di 85.000 €, uscita oltre 100.000 €, imposta del 15% e del 5% per le nuove attività) – normattiva.it.
  • Legge 30 dicembre 2018, n. 145, allegato 2 (coefficienti di redditività, commercio al dettaglio 40%) – normattiva.it.
  • DPR 26 ottobre 1972, n. 633, art. 4 (esercizio di imprese «per professione abituale») e art. 35 (inizio attività entro 30 giorni) – normattiva.it.
  • DPR 22 dicembre 1986, n. 917 (TUIR), art. 67, comma 1, lettera i (redditi da attività commerciali non abituali) – normattiva.it.
  • D.Lgs. 26 marzo 2010, n. 59, art. 68 (SCIA al SUAP per la vendita per corrispondenza e con altri sistemi di comunicazione) e art. 71 (requisiti) – normattiva.it.
  • INPS, circolare n. 14 del 9 febbraio 2026 (minimale 18.808 €, contributo minimo commercianti 4.611,64 €, aliquote 24,48% e 25,48%, scaglione 56.224 €, riduzione del 35% per i forfettari, scadenze) – inps.it.
  • Agenzia delle Entrate, comunicato stampa del 21 novembre 2023 (DAC7: esclusi i venditori con meno di 30 vendite e non oltre 2.000 €) – agenziaentrate.gov.it.
  • ISTAT, classificazione ATECO 2025: struttura e tavola di raccordo ATECO 2025 – ATECO 2022, aggiornamento 2026 (47.91.10 nelle due versioni, 96 corrispondenze) – istat.it.

Verificato il 1° novembre 2026.

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